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GIUSEPPE CELI
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I
quadri che Celi presenta in questa mostra on-line appartengono ad un genere
di pittura ben definito: still life. Si tratta di una esibizione strutturata
in una serie di lavori appartenenti ad un ciclo intitolato dall'artista
stesso "Il
teatro delle cose". Nature morte di
oggetti in un angolo di stanza, questo il motivo che intona la mostra.
Ammassi silenziosi, patetici. Ammassi che non stanno lì per una dimessa
contemplazione, quanto come un monito; monumenti ad una idea di pittura che
evidentemente a Celi pittore preme in modo particolare. Ci troviamo in un
angolo dello studio; con altrettanta evidenza si tratta di materiali che con
la pittura hanno a che fare, che sono entrati ed usciti da altre tele e che
hanno fatto da attori, testimoni protagonisti o comparse in questo o quel
racconto dipinto. Messi in scena, tutti insieme, sottolineano una
stratificazione, un accumulo, una apparente caoticità: si configurano come
una sorta di personali wunderkammer del silenzio ed evocano con tutta
evidenza il solo sentimento di una attesa. Questi interni, unitamente alle
periferie allucinate e neometafisiche di Celi risultano così vere e proprie
metafore di se stesse, in una ambiguità che tiene conto del prima e del
dopo, della storia e della memoria, dell'apparente e
dell'invisibile.
Tommaso Migliaccio

Attrezzi del
pittore,1999
Olio su carta
incollata su tavola
- cm 100x80
Oggetti
nello studio e carte
2003, Olio su tela
- cm 100x80

Oggetti
nello studio e manichino
2003, Olio su tela
- cm 80x80

Macchina
fotografica e lettere, 2002
Olio su
carta incollata su tavola
- cm 40x50

Ombra
proiettata su un quadro di Lucian Freud
2003, Olio su
tavola
- cm 80x100

Nudo di
Lucian Freud nello studio
2003, Olio su
tavola
- cm 110x100

Nautilus e
foglie secche
2003, Olio su tela
- cm 80x60

Giornali e
oggetti sulla sedia,2003
Olio su tela
- cm 80x60

Scaldino,
lettere e cose,2003
Olio su
carta incollata su tavola
- cm 40x50

Zucca, carte e
rosa appassita, 2003
Tempera su
carta incollata su tavola
- cm 40x50

Lettere,
conchiglia e scatola con oggetti ,2003,
Olio su tela
- cm 50x60

Fiori
nell'acqua, 2003,
Olio su tela
- cm 45x55

Melone,
giornale e cose, 2003
Olio su tela
- cm 40x55

Aringa nel
piatto, 2002
Olio su
carta incollata su tela
- cm 35x55

Conchiglia,
lettere e cose, 2003
Olio su tela
incollata su tavola
- cm 40x55

Oggetti sul
tavolo, 2002
Olio su
carta incollata su tavola
- cm 40x50

Lavabo
- (part.),
2003
Olio su tavola
- cm 100x80

Interno con
lavabo. 2003,
Olio su
tavola
- cm 100x50

Cassetta di
legno e cose, 2002
Tempera su
carta incollata su tavola
- cm 40x50

Scatolina di
latta e oggetti sul tavolo,
2002
Tempera su
carta incollata su tavola
- cm 40x50

Cianfrusaglie
nella valigia, 2002
Olio su
tela incollata su tavola
- cm 60x80

Ciotola,
gessetti e lettere, 2002
Tempera su
carta incollata su tavola
- cm 40x50

Oggetti e
lettere, 2002
Olio su
tela incollata su tavola
- cm 40x50

Indumenti
appesi nello studio, 2003
Olio su
tavola
- cm 100x80

Contenitori
di uova, cose e fotografia sul tavolo
2003, Olio su tela
- cm 70x80

Stampa di Dürer
, lettere e macchina fotografica
2003, Olio su tela
- cm 80x50

Oggetti sul
tavolo e quadro
2003, Olio su tela
- cm 120x90

Scatola
di legno e quadro di A. Lopez Garcia
2003, Olio su
tavola
- cm 80x70

Violino
incartato con nudo sulla parete
2003, Olio su tela
- cm 85x80
La sfida del quotidiano. Ecco qual è
la difficoltà per un artista che, optando per un'assenza dell'uomo dal
suo spazio, deve necessariamente essere figurativo. Il suo punto
di vista e di resa formale scaturisce da un'abitudine e una
frequentazione con il quotidiano, con ciò che rappresenta. Il suo
punto focale non è come il nostro, avvezzi come siamo agli oggetti che
ci circondano nella loro semplicità ed essenzialità: uno specchio, un
tavolo, una sedia, gli attrezzi del mestiere artistico. Lo sforzo che il
pittore compie va al di là delle nostre percezioni e sensazioni, in uno
stato di concentrazione e sfida perenne con tutto quello che lo
circonda, come un cacciatore che mira ad un mondo fenomenico
assolutamente statico e semplice e tuttavia pronto ad eclissarsi.
Giuseppe Celi punta su se stesso e la sua capacità d' intelligere
il vissuto, il quasi sospeso nell'attesa del momento immediatamente
successivo, cerca una sua via iterando nature morte per descrivere con
una tavolozza variegata l'assolutezza visiva, pur nella rarefazione di
ciò che appare.
Celi non vuole essere un fotografo pittorico o un iper-realista. La sua
tecnica e le sue tematiche vogliono semplicemente tradurre in un
linguaggio consono alle sue esperienze artistiche e culturali la sua
chiarezza e la sua onestà intellettuale, rendendo passioni e "visioni",
atmosfere e segni con la pittura. Lo spazio a lui familiare, il suo
mondo operativo, gli attrezzi propri dell' attività artistica (pennelli,
tavolozza. . .), il silenzio-assenza, sono concepiti e costruiti per
indicare a noi, spettatori distratti del mondo fenomenico, di cosa
necessita all'artista. Si comincia così a comprendere che l'apparente
desolazione, l'irruenza del vuoto e del silenzio nello spazio pittorico
sono gli elementi essenziali da cui scaturisce l'immagine, nuda,
essenziale, senza ulteriori elementi che turberebbero un equilibrio che
è già nella realtà che circonda il pittore. C'è tutta una filosofia e
una visone delle cose dietro ad ogni soggetto rappresentato, di cui si
vuole cogliere l'intima essenza, al di là di una semplice ed illusoria
"resa realistica", fedele forse apparentemente come una fotografia. Celi
si pone sopra un piano ideale, pone distanze e manifesta una certa
propensione al disinteresse e al disincanto, ricorrendo sempre, però, a
rigorose composizioni frutto di un'armonia tra icasticità delle visioni,
sempre nette, nitide, ritagliate, e l'intimo bisogno di una collocazione
assoluta, ordinata, di relazione, tra ciò che appare. Il suo
sentire, il suo voler guardare oltre le cose che appaiono, il suo andare
oltre il fenomenico lo spingono a mirare agli oggetti e a fissarli sulla
tela prima che essi mutino, gli sfuggano, diventino fantasmi, non più
evocabili. Ma il tutto si può realizzare a condizione di andare oltre e
giocare con l'assenza/presenza, con la luce e i volumi e i toni
molteplici prodotti dalla variabilità di essa. Il senso
esistenziale ed estetico che traspare dalle opere di Celi, rimanda ad
altre lezioni di vita del panorama artistico di tutti i tempi (penso tra
tutti a Vermeer). La resa del quotidiano si attua per evocazioni che
trovano la loro forma compiuta nel realismo, che però è il mezzo che
vuole suggerire un percorso che dal mondo fisico conduca ad una
sovraddimensione, alla metafisica. Di essa si coglie una testimonianza,
quasi una sorte di reliquia, in alcune opere, come per esempio in quella
dove compaiono dei manichini, con un richiamo intimamente sentito a
Morandi e Casorati.
Giuseppe Celi è un artista figurativo che sa essere se
stesso, senza cedere a lusinghe o a mode, ha una sua visione del mondo,
una sua coerenza e limpidezza, ma pur tuttavia la sua filosofia e il suo
punto d'osservazione del mondo ne fanno una figura enigmatica ed
emblematica. L'interesse che suscita nello spettatore è sempre vivo per
una curiosità immaginativa che evocano le sue rappresentazioni che,
lungi dall'esaurirsi, acquisiscono vigore e nuova vitalità dalla
molteplice ed universale varietà del tema di natura morta. Le sue
rappresentazioni, dunque, esprimono il paradosso della vita, fatta di
mutevolezza e ripetitività, stasi e movimento, squarci di luce e
banalità, assenza e presenza, suggestione e sentimento, gioia e
sofferenza. Una sorta di commedia (o forse di tragedia) che si svolge
sotto i nostri occhi in ogni istante nello spazio circostante e che solo
l'artista, un artista come Celi sa essere, senza compromessi, ci rende
intelligibile e vero.
ALFREDO RUGA
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FURIO
DI CASTRI è l'autore del brano in sottofondo
"Evening
song (EVENING SONG)"
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