Stralci di Diario

di LUIGI TITO

 

 

 

 

1942 — Martini mi ha detto: «Ricordati! Tré sono le sole cose necessarie ed indispensabili per un artista: idee chiare-idee chiare-idee chiare». Terrò sempre presente questa specie di testamento spirituale.

1946«Non abbiate paura della perfezione, perché, tanto, non la raggiungerete mai!» (Salvator Dalì).
È mio ospite l'amico carissimo Arturo Benedetti Michelangeli. Ha suonato e studiato sul mio vecchio Bechstein, tutto il giorno e tutta la notte. Una Ciaccona di Bach monumentale. L'ho sentito ripetere all'infinito brani dell'"Imperatore" e del concerto di Ravel. Ha ripassato con una tecnica sbalorditiva le variazioni di Brahms su tema di Paganini, il pezzo che gli valse a 19 anni il concorso di Ginevra. E poi Prokofiev, Debussy e Scarlatti. Il "suo" Scarlatti: inesauribile di magici suoni temprato e lucente come una lama di Toledo. Tanto per concludere, poi, ha scorso le 32 bagatelle di Beethoven! È andato a coricarsi che già albeggiava.

1949 - II tono nella pittura — Discussioni a non finire con Mario de Luigi e altri amici sulla definizione del tono nella pittura. Qualcuno parla di tono locale, altri di accostamenti per stesure piatte. Il tutto è molto superficiale. Ritornando a casa a notte fonda, mi passa per la testa la definizione aristotelica della materia: quantità e qualità. Forse ci sono. Quantità di bianco e nero nel monocromo, quantità e qualità nel colore, inteso come freddo e caldo. Ciò spiegherebbe allora quello che mi disse Zuloaga, citandomi Goya.

1951 - II giudizio degli uomini — Sono andato con Carena alla mostra del mio amato Tiepolo ai Giardini. Sono turbato e amareggiato perché un critico famoso ha scritto peste e corna sul nostro genio del Settecento. Nelle sale mi incontro con uno strano gigante: ha una testa inconfondibile che sembra intagliata nel legno. Si ferma ogni tanto davanti ai quadri e ai bozzetti: con la punta delle dita manda bacetti! A seconda delle sue preferenze: un bacetto, due, tré. Se l'opera lo entusiasma, anche quattro. Resto sbalordito. Carena mi dice «Sai chi è quello?» «No.» «È Kokoschka». Sono felice e mi rassereno. Quanto al giudizio credo più a Kokoschka!

1960 - La tradizione — In casa Cini ho conosciuto il San Francesco della pittura moderna: Giorgio Morandi. Davanti ad una tavoletta ferrarese del Quattrocento mi ha parlato, da par suo, sull'unità forma-disegno-colore. Mentre lo ascolto mi convinco sempre più che ognuno di noi viene da lontano, siamo tutti epigoni del "tempo di prima".

1970 - Tecnica sublimata — Oggi lezione sulla tecnica. Ho ricordato un episodio su Manet. A chi gli rimproverava di essere soltanto un tecnico, rispose: «Vi dimenticate che technè in greco vuoi dire arte». Per l'ennesima volta lezione sul disegno. Ho esordito con le parole di Martini: «II disegno non esiste». Come al solito lui procedeva per paradossi, ma, in fondo, affermava sempre delle grandi verità. Difatti esiste il disegno di Rembrandt, di Goya, di Botticelli, di Michelangelo, di Durer, di Degas, di Van Gogh, di Daumier, di Cézanne, di Sironi e via dicendo, ma non esiste un disegno uguale per tutti. Non c'è. Perché? Perché il disegno, come la scrittura, è la spia dell'anima, e ogni anima è diversa. Per tutti invece, va bene, il linguaggio plastico delle forme geometriche, delle verticali e delle orizzontali, del pieno e del vuoto, del di dentro e del di fuori. Ho fatto disegnare agli allievi, perché si facciano l'occhio, attraverso il reticolo, come usava Durer (e anche il nostro Mancini). In definitiva è pur sempre difficile mettere in assieme una testa o far piantare una figura. Ho parlato anche molto di Egon Schiele.

1973 - Mostra di Sironi a Milano — Che pittore! Che uomo! Le sue periferie! Quelle sì sono una parola veramente nuova. Leggo sul catalogo i suoi scritti. Specialmente "Racemi d'oro". Mi illuminano, mi consolano, mi riaffermano nella fede sull'arte di sempre. Ricordo di aver visto molti anni fa un suo quadro, intitolato "Il pellegrino". Era una bomba! Non l'ho più visto. Dove sarà andato? Ora capisco meglio perché Picasso, a chi veniva dall'Italia, domandasse: «Cosa fa Sironi?».

1977 - La moda — Manca un anno alla pensione. Non voglio andarmene senza prima aver messo in guardia i giovani sulla caducità della moda. Ho insistito sul pericolo del nuovo a qualunque costo. Ho letto loro un brano di "Noa-Noa". Paul Gauguin, in una lettera a George DanÌeI de Manfreid, scrive: «Per 50 anni i giardinieri si adoperano a coltivare dalie doppie. Un bei giorno ritornano alle dalie semplici». Ci sono infatti periodi nei quali si discute sul sesso degli angeli, altri nei quali si vuole stupire ed emergere cambiando ogni due anni la visione del mondo. Per salvarsi e per salvare non resta allora che rifugiarsi nel pulsare quotidiano della vita. Dipingere chi cammina nelle strade del nostro tempo: essere un tutt'uno con loro nella vita e nella morte. Come fece un uomo formidabile che impresse la propria orma gigantesca nell'arte italiana e in quella di tutta Europa: Michelangelo Caravaggio.

1982 - I 42 capolavori degli Impressionisti dei Musei Russi — Gli italiani sono in genere iconoclasti verso quello che hanno in casa. Se uno invece viene da fuori, llora tutti "Rivee.-.reeenza", come nel Falstaff. Per entrare nelle sale napoleoniche c'è la coda fino al campanile di San Marco. Nessuno farebbe la coda per guardarsi bene il ritratto della Signora Pantaleoni, di Antonio Mancini, che ha un magma pittorico degno di Rembrandt o la "Rotonda di Palmieri", del nostro Fattori: piccolo (12x35) capolavoro che resterà per sempre moderno pur affondando le sue radici addirittura in Giotto.

1985 - I miei timori, le mie idee — Fra poco ci sarà la mostra da Forni a Bologna. Mi terrorizza la sentenza inappellabile del tempo. Nomi celebri, contemporanei di mio padre, sono oggi spanti. Volatilizzati. È terribile. Pazienza, andrà come andrà. Dicono che vado controcorrente. Non è vero. Con grande fatica ho eliminato in me la mentalità anti. Faccio quel che so fare. Non ho mai dipinto un quadro astratto non perché non mi piacciano i quadri astratti (non c'è arte senza astrazione) ma perché seguo la corrente a me congeniale. Sarò forse un rigagnolo, ma intendo affluire nel grande fiume che, pur portando in sé fango, rovi e sterpi, va inarrestabile verso la sua foce, il mare che è la vita. D'Annunzio disse una cosa di Verdi: «Pianse ed amò per tutti». Questo per me è l'artista. Resti ben chiaro però che deve comunicare con il linguaggio del proprio mestiere. Ho insegnato tanti anni. E così mi domandano spesso: «Che cos'è la pittura?». Non so ancora cosa rispondere, o piuttosto non voglio. Faccio parlare gli altri. Ricordo quello che mi disse un giorno assai lontano Ignacio Zuloaga, amico di mio padre, citandomi Goya: «La pintura es: bianco y negro, frio y caliente». E ancora: che cos'è l'arte? Preferisco cavarmela con le parole di Paul Valery, che mi pare ne abbia dato la definizione più pertinente. «L'arte non è il fiore ma il profumo del fiore».


LEZIONI DI ARTURO MARTINI

Tré sono le cose necessarie e indispensabili per un artista: idee chiare - idee chiare - idee chiare.

1942 - Discussione su di un bassorilievo rappresentante un pesco in fiore eseguito da un allievo. Entra Martini e dice: — È la partenza che è sbagliata: un pesco in fiore si dipinge. Quando avrà perduto le foglie e i frutti si disegna, ma quando sarà potato e i suoi rami saranno mozzi allora si affronterà come una scultura. Perché la pittura è primaverile. Il disegno è autunnale. Ma la scultura è invernale.

1942 - Discussione su come si prepara una scultura. Qualcuno parla di armatura, altri di sculture in creta,
altri ancora in cera. Interviene Martini: — discorsi inutili — fa una pallina di creta e la posa su di un piano; il volume percosso dalla luce crea l'ombra: — è con l'ombra che si fa la scultura.


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Presentazione a cura di Roberto Tassi

Note Biografiche

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